Protesta: poesia e animali prigionieri in acquario

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Il Festival Internazionale di Poesia di Genova –
http://www.festivalpoesia.org/2008 – pregevole istituzione a cui va riconosciuto l’indubbio merito di saper tenacemente produrre eventi di qualità pur avendo a che fare con budget spesso ridotti al minimo, ha contribuito attivamente alla realizzazione in queste settimane di un ciclo di performance musicali e poetiche dal titolo "Incontri tra poesia e natura", che viene descritto come mirato a celebrare il miracolo di due bellezze che si incontrano, quella che nasce nella mente dell’uomo e
quella che abita il creato.

La nota stonata è che tali incontri sono stati realizzati in collaborazione con l’associazione degli amici dell’acquario di Genova e con l’acquario stesso, e sono stati tenuti presso l’auditorium dell’acquario, ovvero presso quella che a tutti gli effetti è una struttura di detenzione di reclusi innocenti.

E’ appena il caso di ricordare, per esempio, che nell’agosto di quest’anno l’acquario genovese aveva comunicato alla stampa la nascita in cattività di un piccolo di pinguino Spheniscus magellanicus,
vantandosi tra l’altro della sua vasca per i pinguini, lunga 12 metri e larga 7, e con una profondità massima di 3 metri, in quanto con tali caratteristiche essa "sorpassa ampiamente lo standard dei protocolli di gestione" secondo quanto a suo tempo riportato nel comunicato stampa, che però si guardava bene dal riferire che in natura lo Spheniscus magellanicus compie viaggi fino a 500 chilometri, e si immerge fin quasi a 100 metri di profondità.

Sempre di quest’anno è invece la notizia della morte di una femmina di delfino chiamata Beta, che ha terminato nella vasca di Genova la sua infelice "carriera" di intrattenitrice per bipedi umani che l’aveva in anni precedenti già vista costretta ad esibirsi a Rimini, da dove era stata poi trasferita nel 2001.

Il quotidiano La Stampa ha recentemente parlato della condizione dei delfini in cattività, riportando tra l’altro queste dichiarazioni:
"In cattività un tursiope (questo il nome scientifico dei delfini più usati per gli spettacoli, n.d.r.), è come un uomo in prigione: non basta una baia o un acquario per lui. Certo, in prigione un uomo può vivere curato e nutrito. Anche un delfino può vivere fino a 40 anni, ma è una vita alienante". Parola di Sabina Airoldi, biologa di Tethys, l’istituto di ricerca ligure tra i più affermati nel settore dei cetacei. "E’ una questione etica – sottolinea – la cattività è contraria alle esigenze degli animali. I delfinari sostengono di fare didattica, ma un tursiope in cattività non ci comporterà mai come fosse in mare aperto. Allora quanto è didattico vederlo così?"

e ancora:

"La cattività non provoca la morte, ma che messaggio diamo ai nostri figli con un delfino in una vasca?". Giovanni Bearzi è presidente del Tethys, l’istituto di ricerca che ha come campo di studio il Santuario dei cetacei nel Mar Mediterraneo.

Voi dunque siete contrari ai delfinari?
"I delfini fanno business perché attirano visitatori. Si dice che si fa ricerca e didattica ma non è possibile, noi li studiamo in mare aperto. Sono animali che si sposano di chilometri, vanno a centinaia di metri negli abissi, sono circondati da un mondo di suoni che nelle vasche non hanno più. Sono in prigione e ne soffrono".

Quindi è vero che sono sensibili e soffrono di stress?
"Bisogna chiedersi se vale la pena maltrattare qualche animale per far vedere ai ragazzi la natura. E’ meglio portare i nostri figli nella natura, altrimenti…"

Altrimenti?
"I ragazzi crescono con l’idea che è nostro diritto tenere un animale in gabbia per il nostro piacere. Noi da sempre siamo contrari eticamente, non si tratta di essere animalisti ‘ostili’, ma di rispetto per la natura. Meglio portare un bimbo in mare aperto con un binocolo e il ‘whale watching’ costa come un biglietto per un parco".

Per tutte queste ragioni e per tante altre chiedo a tutti di scrivere al Festival Internazionale di Poesia di Genova per fare cortesemente presente che non c’è natura nelle artificiali vasche di cemento di un
acquario, e non c’è poesia in un carcere per animali marini, e per invitare la direzione del Festival a interrompere la collaborazione con l’acquario e a svolgere altrove le sue future manifestazioni; dopo tutto da chi ha sensibilità per la poesia ci si può attendere che abbia anche la sensibilità per cogliere la sofferenza e lo sfruttamento dei più deboli.

Scriviamo alla Segreteria organizzativa e alla Direzione artistica:
info@festivalpoesia.org
clapoz@village.it

Sul loro sito e’ poi disponibile questo numero di fax: 010541942

Grazie a tutti per la partecipazione.
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